Paradosso Web 2.0. Contenuti in libertà e tutela della proprietà intellettuale
L’Acronimo UGC (user generated content) e i canali Rss sono le tecnologie che rappresentano meglio la rivoluzione digitale attuata dalla diffusione di strumenti centrati sull’utente, tipo blog, wikis, social networking, tagging collaborativi, You Tube. Si tratta di un fenomeno dall’enorme portato che ha innescato profondi cambiamenti nelle dinamiche sociali e culturali, reazioni contrastanti di rifiuto/resistenza/ripensamento/sperimentazione/addiction. Le trasformazioni in atto coinvolgono l’intera società in tutti i suoi ambiti: l’intrattenimento (iTunes store di Apple non esisteva fino a 5 anni fa), la percezione del valore e dell’economia, la ridefinizione dei paradigmi culturali. L’estrema facilità di citazione, di riuso e moltiplicazione dei contenuti fa crollare il precetto del non copiare e pone non pochi problemi riguardanti la sicurezza e la tutela della proprietà intellettuale. Ma come conciliare la libertà dei contenuti della rete con sistemi esistenti di tutela dei diritti d’autore?
I principi su cui si fonda il web di seconda generazione, da alcuni chiamato web 2.0 sono quelli libertà di circolazione delle idee e della conoscenza, cioè accessibilità delle informazioni e dell’interazione tra detentori di contenuti e utenti della rete secondo i principi collaborativi.
I canali o feed RSS sono il mezzo principale con cui si propagano le informazioni su web 2.0. I contributi volontari circolano liberamente, le notizie possono essere criticate, integrate, smentite;l’utente incrocia tante informazioni reperite da più fonti, crea i propri contenuti, li diffonde nelle blogsfere, li rende disponibili senza alcuna mediazione. Il pregio nella gestione partecipativa della comunicazione è quella di contribuire alla diffusione di un’informazione orizzontale, in cui il lettore non è più soltanto consumatore ma fruitore attivo dell’informazione che partecipa al processo creativo, non solo lettore, ma anche autore e editore di se stesso. L’utente decide quale notizia propagare, citare o linkare, quale fonte discutere e l’informazione passa senza filtri. Rispetto alla prerogativa di strumenti di comunicazioni da uno a molti (le tradizionali pagine stampate di libri, giornali, etc.) è chiaro dunque che si tratta di un modo per affrancarsi dal filtro del medium, privilegiando l’imparzialità partecipativa della rete. In sostanza sono le persone che controllano il loro medium anziché essere controllati da esso.
Copyright 2.0. I Creative Commons
La regola di default “tutti i diritti sono riservati”, pur tutelando gli interssi di autori e editori di opere d’ingegno, di fatto ostacola la diffusione del patrimonio culturale, limitando enormemente lo spirito di libertà del web 2.0.
In particolare i tempi della rete contrastano con quelli eccessivamente lunghi del copyright. Nelle società occidentali, la maggiornanza dei contenuti in circolazione diventa di pubblico dominio almeno dopo 70 anni dalla morte dell’autore. La legge penalizza soprattutto gli autori minori e le opere che non hanno più ristampe che restano confinate tra gli scaffali delle biblioteche e ingiustamente sottratte alla conoscenza degli studiosi e della gente comune. Questi problemi sono stati affrontati da Lawrence Lessing, noto giurista americano, da anni punto di riferimento nelle battaglie sulla proprietà intellettuale. Nel dicembre 2002 ha lanciato un interessante progetto per l’ampliamento delle licenze, sostenendo la necessità di modificare i tempi del copyright o di far decadere i diritti qualora il detentore decida di non stampare più un libro, cedendo i diritti agli editori.
Questo modello concepito da Lessing sulla base del Copyright Act statunitense, ha il nome di Creative Commons Public License,(Ccpl) uno strumento web 2.0 che garantisce la diffusione di autori o libri minori, permettendo agli utenti di condividerli. Sul piano internazionale, l’iniziativa dei Creative Commons è rappresentata dai iCommons, regole internazionali che si occupano della traduzione e dell’adattamento dei ccpl statunitensi ai sistemi giuridici nazionali.
DRM e il caso della British Library
La digitalizzazione dei libri che dovrebbero favorire la diffusione del patrimonio culturale e delle conoscenze nell’interesse di tutti è nella realtà ostacolata dalle le tecnologie anticopia, cioè le modalità di controllo dei contenuti DRM (digital right management system). Paradossalmente, anziché diffondere voci e parole degli autori, le tecnologie DRM bloccano la circolazione di opere che sono patrimonio della cultura umana restituendo potere agli editori che decidono così cosa rendere accessibile e in quale modalità. Come ha ben fatto notare Tim O’Reilly, editore lui stesso: «Per l’autore tipo l’oscurità è una minaccia ben più grande della pirateria».
L’uso di sistemi di protezione anticopia nelle biblioteche per le opere destinate alla conservazione e per la quasi totalità dei contenuti digitali offerti al pubblico rappresentano un esempio pertinente di abuso del diritto d’autore. Portavoce più autorevole dell’enorme contraddizione tra DRM e esigenza di diffusione della cultura è il manifesto sulla proprietà intellettuale della British library, visibile al http://www.bl.uk/news/pdf/ipmanifesto.pdf) che ha avuto i suoi seguaci, anche tra le bibilioteche italiane. Esemplare in tal senso è stato l’acquisizione da parte della biblioteca britannica del progetto Turning Pages, con il quale la British Library ha reso accessibile il manoscritto originale di Lewis Carrol, Alice’s Adventures Under Ground. Gli scriti e disegni sono visibili all’indirizzo . Seguono la stessa linea di pensiero il progetto digitprint di google a favore della digitalizzazione dei testi, il Progetto Gutenberg, voluto da Michael Hart, dove dei volontari copiano a mano i testi fuori diritti e li mettono in rete, oppure in Italia il Progetto Manuzio, all’interno di Liber Liber.
Il libro liberato. Ma per quale cultura?
“Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna” Dante, Paradiso
Come conciliare questa citazione di Dante con l’immagine di libro linkato, estratto, remixato, riorganizzato in scaffali virtuali, squadernato in rete come un’infinità di pagine strappate da tutti i libri al mondo?
Le opinioni di scrittori e saggisti continuano ad essere contraddittori. Interessante in proposito la polemica dello scrittore e giornalista inglese Andrew Keen, autore del libro di recente pubblicazione in Gran Bretagna – inedito in italia – dal titolo The cult of the amatour. How today’s internet is killing our culture. Il libro liquido di cui parla Keen è un’ infinità di frammenti, spezzato riga dopo riga, e poi riappicicato in infinite combinazione. Un libro che contiene infinite storie di dilettanti che nessun editore ha letto e pubblicato.
Ecco il libro in opensource, gratis per tutti, libero dai diritti d’autore, il trionfo della cultura web 2.0, un’editoria della vanità universale , una cultura fatta di spazzatura, illegibile, davanti alla quale sentirsi irrimediabilmente persi.
Pubblicato da patriziarapali 

